sabato 30 dicembre 2017

UE 2018: un grillo al giorno toglie l’appetito di torno?

di Enzo Sanna. Dal primo gennaio 2018 noi europei saremo autorizzati a “ingerire” insetti, e persino ad allevarli. La UE, infatti, ha liberalizzato il commercio e l’allevamento degli insetti, definiti “novel food”. L’espressione ha procurato in chi scrive non poche perplessità perché il termine “novel” si sposa con l’italiana accezione di “romanzo” o “novella” anche se poi, andando a scavare nei dizionari, si annovera tra i sinonimi anche il più banale termine “new”, nuovo.
Perché non definire, allora, il nuovo cibo più semplicemente “new food”? Accogliamo comunque la traduzione in “nuovo cibo” anziché in “romanzo sul cibo”, anche se, in fin dei conti, varrebbe la fatica di dedicarsi a stendere più d’una novella sull’argomento. Tra le tante, troppe passioni che “invasano” l’anima di chi scrive, vi è quella della cucina alla quale è dedicata, forse persino consacrata, una parte rilevante del proprio tempo “casalingo”. Ecco allora drizzarsi le antenne sulla recente normativa UE capace di stravolgere le ataviche usanze. Noi che siamo ancora impegnati, giorno dopo giorno, forno dopo forno, a tentare di riprodurre con i nuovi strumenti tecnologici a disposizione, non ancora le “stampanti alimentari”, la croccantezza della pelle del maialetto arrostito tale da farla somigliare alle patatine “Pai”, ma con un gusto incommensurabilmente più appagante! (Cavoli che fatica nello scrivere incommens… etc etc.) Dover iniziare tutto da capo per inventare un metodo tale da rendere piacevolmente croccanti i carapaci di qualche insetto può apparire sconfortante, eppure vale la pena di accogliere la sfida, soprattutto in famiglia e tra gli amici. Già c’è da godere nel presentare un involtino di grilli infagottati in sottili filetti di guanciale di verro allevato a Villasalto, oppure una mozzarella “pecorella” di latte di pecora si Sant’Andrea Frius (esiste davvero, la mozzarella, e anche il paese) con contorno di tarme della farina rosolate in olio extra-vergine d’oliva. Gli invitati gradiranno? C’è da dubitarne. Chissà, forse la UE avrà contribuito a rendere meno frequentato in maniera indolore il mio “living room” (ma un tempo non si definiva soggiorno?). Eppure, a ben pensarci, la UE non ha fatto altro che “certificare” quanto già accade in tante parti della sua giurisdizione, forse senza rendersene conto (magari altrimenti non lo avrebbe deciso), tanto che sarà necessario bussare alle porte di Bruxelles per farle notare che, ad esempio, fin da alcuni millenni la popolazione più longeva del mondo, la Sardegna, non disdegna di appagarsi a gustare il “casu marzu”, cioè il formaggio con i vermi, accompagnato, perché no, da un abbondante bicchiere di corposo vino “cannonau”. Ricordo ancora quando mio nonno paterno curava con passione e dedizione la vermificazione “assistita” del formaggio avvolto dallo spago, appeso nel sottotetto, tale da farlo somigliare a fine stagionatura all’attuale Auricchio. Lasciando per ora i vermi a stagionare, un mio caro amico, docente universitario, mi fece notare come, quando mio suocero evitava di mangiare i gamberi definendoli in lingua sardo-campidanese “pibizziri”, cioè locuste, aliguste, da cui aragoste, locuste di mare, la cui etimologia non lascia dubbi, avesse ben ragione, non solo etimologicamente, nel definirle tali. Ne abbiano coscienza coloro che baciano la carta di credito prima di pagare il conto di un ristorante nel cui menù vengono rese pressoché obbligatorie le aragoste: stanno mangiando niente più che una grande cavalletta nata e cresciuta in mare. La prossima volta invitino l’ospite, uomo o danna che sia, in un ristorante che, dal gennaio 2018, esporrà nel menù piatti a base di “pibizziri”, cavallette. Ma prima controlli i prezzi per non rischiare di pagare le cavallette al prezzo delle aragoste. Attenzione, però, al Buffalo worm. Legga con attenzione il menù, soprattutto se non “mastica” l’inglese. Anticipo una dritta: il Buffalo worm non è una bistecca di vacca texana. Buon appetito.

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