Fascismo e razzismo sono solo una costruzione mediatica?

di Gerardo Lisco. Da qualche tempo a questa parte siamo sottoposti a una martellante campagna da parte degli organi di stampa circa i rigurgiti razzisti e fascisti che attraversano la Società italiana. Ricordo in primo luogo a me stesso che da quando ho cominciato ad interessarmi di politica fascismo e razzismo sono sempre stati presenti nel panorama politico italiano. Da studente delle superiori ricordo i primi volantini distribuiti davanti scuola contro il fascismo e il razzismo. Ricordo gli scontri tra giovani di sinistra e giovani di destra, i tentativi di farseschi colpi di stato ispirati da generali, servizi segreti collusi e deviati, ricordo anche che sulle schede elettorali era presente il simbolo della fiamma tricolore
con sotto scritto MSI - DN con a capo Giorgio Almirante reduce della Repubblica Sociale Italiana che non nascondeva affatto che il suo partito si ispirasse ai valori, per modo di dire, della RSI. Oggi c’è un’altra formazione politica che si chiama F.lli d’Italia erede diretta del MSI - DN e della tradizione politica rappresentata dal fascismo. Di fronte a dati di questo tipo i rigurgiti fascisti e razzisti sventolati dai media mi sembrano solo una costruzione mediatica. In Italia il fascismo più o meno mascherato con tutto il retaggio che si porta dietro è sempre stato vivo e vegeto. Storicamente nel passaggio dalla fine del regime alla nascita della Repubblica non abbiamo assistito ad una vera e propria cesura tra i due periodi storici. Gli apparati burocratici della Repubblica per anni sono stati fisicamente gli stessi del regime fascista. Molti esponenti da destra a sinistra: da Scalfari a Napolitano passando per Fanfani, uno dei firmatari del Manifesto sulla razza, sono cresciuti all’ombra del culto fascista. Con questo sia chiaro non intendo e non voglio assolutamente giustificare i rigurgiti fascisti, voglio solo provare a ragionare sul perché del ritorno fascista, ammesso che sia davvero nella dimensione rappresentata dai media. Sono anni che assistiamo allo smantellamento di qualsiasi forma di protezione sociale in nome della libertà di mercato. La finanziarizzazione dell’economia, dei diritti sociali, l’esaltazione sfrenata dell’individualismo, il qui ed ora espressione dell’esaltazione destrutturante della solidarietà e della coesione sociale, hanno tolto qualsiasi prospettiva a milioni di persone. La globalizzazione ha abbattuto barriere e contestualmente ha eliminato certezze e con esse forme di rassicurazioni psicologiche e di protezione. Tutto questo ha prodotto un vuoto terribile nella vita di ciascuno di noi. Un ceto politico e intellettuale che si autodefinisce progressista è pronto in ogni occasione a stigmatizzare come razzista, fascista, retrograde, xenofobo e chi più ne ha ne più metta coloro che senza essere nulla di tutto questo si permettono di porre in termini critici la questione immigrazione, la difesa della propria identità culturale, religiosa, in sostanza a ragionare secondo coordinate culturali e valoriali che per intere generazioni hanno fornito rassicurazioni e senso alla propria esistenza. Coordinate culturali e valoriali che non hanno nulla di meno delle altre culture e delle altre visioni del mondo. L’Occidente e i ceti intellettuali ed economici dominanti hanno la pretesa, attraverso l’imposizione del modello economico dominante di modificare i valori culturali delle altre civiltà. Hanno la pretesa di omologare ed integrare le altre civiltà alla logica del finanzcapitalismo ignorando che questo processo di integrazione e omologazione sta portando, da parte delle stesse masse occidentali, il rifiuto della postmodernità in nome della difesa della modernità. Dell’Occidente e della sua modernità, come reazione al relativismo postmoderno, si tende a recuperare valori forti come appunto quello della difesa della propria identità culturale, religiosa, ecc. o peggio della “razza” per bloccare quella che viene percepita come una vera e propria invasione assecondata dalla logica dominante del Capitalismo. Per capire che il processo in atto viene percepito come una invasione è sufficiente farsi un giro nei quartieri di alcune grandi città italiane. Centro storico di Roma ad esempio, le attività commerciali un tempo di proprietà dei romani da generazioni sono passate di mano. Oggi i proprietari sono altri la loro provenienza è la più disparata. Questo semplice passaggio di mano si spiega solo con la logica finanziaria che sottende il modello capitalista contemporaneo. Non credo che ci voglia molto per capire che molte delle attività dismesse sono il frutto di larghi strati di società indigena che non regge la concorrenza di acquirenti che per tutta una serie di ragioni hanno disponibilità di capitali che non vanno certamente a prendere nelle banche, forme di coesione sociali di tipo quasi tribale che consente loro di reggere la concorrenza e di far fuori i vecchi proprietari indigeni. L’Occidente sta distruggendo la base stessa delle sue radici culturali nel qui ed oggi legato all’andamento della borsa. Le altre Civiltà hanno accettato la Globalizzazione economica ma stando ben attente a rifiutare il modello culturale occidentale. La Cina si appresta a diventare la più grande potenza economica, politica e militare del mondo. Perché mai dovrebbero farlo se la capacità che hanno di penetrare nei mercati occidentali sta proprio nel mantenere forte il loro senso di appartenenza. Di fronte a un quadro che vede la sostanziale destrutturazione dell’Occidente e della sua identità culturale, le elites dominati, a partire da quelli intellettuali, in nome di una loro presunta superiorità etica rispetto alle masse di proletari e classi medie, stanno regalando milioni di elettori a movimenti che si richiamano al fascismo e ai suoi disvalori. A meno che non si debba pensare che tutto questo sia voluto per creare una sorta di shock collettivo che, come auspicava Milton Friedman, porterà le masse ad accettare interventi di politica economica altrimenti inaccettabili.

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