Lo zoo nell’urna, dal giaguaro smacchiato di Bersani al panda carnivoro di Grillo passando per altre 'bestiali' amenità.

di Enzo Sanna. Il settimanale l'Espresso pubblicava nell'agosto del 2014 uno spassoso articolo firmato da Paolo Fiore contenente una serie di esempi circa l'uso del "bestiario" a cui fanno spesso ricorso i nostri politici. Sono trascorsi quattro anni e nulla è cambiato, anzi, l'elenco si è ampliato. L'uso della metafora ha rappresentato un veicolo di comunicazione ben prima di Aristotele eppure conserva intatta ancora oggi la capacità di "dare il senso" con sintetica immediatezza al concetto che si intende esprimere. Sembra di capire, però, che nella società dell'immagine la "sparata" più grossa abbia lo scopo precipuo di spettacolarizzare il pensiero di chi lo esprime, amplificandolo nella banalizzazione più che farlo comprendere. Assistiamo a una sorta di "crozzizzazione" (dal comico Crozza) della comunicazione politica. L'articolo prima citato offre al lettore un lungo elenco di "bestiali" citazioni che vanno dal Caimano del regista Nanni Moretti, incollato a Silvio Berlusconi, al noto Giaguaro da smacchiare di Bersani, al Gufo del segretario del PD Renzi passando per il Trota, "caudillo" senza trono del redivivo Umberto Bossi. Beppe Grillo, comico professionista, per non essere da meno, entra anche lui nello zoo coniando l'immagine del Panda carnivoro. Ma non sono solo le metafore a rendere frizzante (si fa per dire) la comunicazione dei politici. Berlusconi, che non è avvezzo a esprimersi per immagini retoriche, ricorre al cagnolino in carne e ossa, battezzato col nome di Dudù, rappresentazione ben più dignitosa di qualche richiamo "storico" quando l'ex Cavaliere attribuì le origini di Roma a "Romolo e Remolo" allattati dalla Lupa. Roba da fare il paio con Di Maio del M5S (si perdoni l'assonanza involontaria). Fa la comparsa, ora, il nuovo filone "parentale" da non intendersi, stavolta, come sinonimo di nepotismo. Al già noto Fratelli d'Italia della (sorella) Giorgia Meloni si appaia "Italia Madre" della ex leghista Irene Pivetti. Cavoli! Viene da considerare che fine abbia fatto la figura del padre. Disperso in guerra, come si diceva un tempo, oppure divorziato, dunque non meritevole d'attenzione e di apprezzamento da parte della politica, abbandonato a se stesso? Chissà. Che dire, poi, dei nonni? A questo tenta di porre rimedio il solito Silvio, sì, proprio e sempre lui, Berlusconi, ma non riferito a se stesso, la qual cosa potrebbe risultare imbarazzante visti i lifting ai quali si sottopone regolarmente per apparire, senza successo, al massimo uno zio un po' meno attempato, ma facendo ricorso al "nonno d'Italia", quel Lino Banfi giunto agli 81 (anni) dopo aver rappresentato nella lunga carriera d'attore un po' tutte le stagioni dell'uomo par suo, da quelle giovanili del pietoso, ridicolo, per nulla comico donnaiolo sino a quelle senili di chi si è finalmente ritrovato nonno in una famiglia esageratamente "normale" e benestante. Ebbene, Banfi, chiamato in causa, smentisce categoricamente di aver ricevuto offerte in merito. Eppure, una Lista del Nonno non avrebbe sfigurato affatto in un panorama politico svilente. Lo immaginate, lui in Parlamento, mentre rivolge al Presidente della Repubblica un appello affinché Edwige Fenech venga nominata senatrice a vita? Forse non risulterebbe esilarante quanto le esternazioni di Di Maio e della sua compagnia grillina. Ma tant'è. In genere, si suole usare l'espressione "Siamo alla frutta" oppure "Abbiamo toccato il fondo" per indicare il livello infimo raggiunto dalla politica di casa nostra, in buona compagnia, purtroppo, oltre "dogana". Visto come vanno le cose, dovremmo coniare il nuovo detto "Siamo allo zoo". Si lascia alla iniziativa del lettore-elettore percorrere i viali tra le gabbie individuando di volta in volta gli "animali" all'altro lato delle sbarre. Si faccia attenzione, però, a non lanciar dentro le gabbie banane o noccioline; pare che non siano gradite.

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