giovedì 4 gennaio 2018

Il ritorno al Parlamentarismo.

di Gerardo Lisco. Sciolte le Camere, il prossimo 4 marzo si vota. Rispetto alle scorse elezioni politiche qualcosa è cambiato. Commentatori ed opinionisti continuano a parlare, semplicisticamente, di un’Italia politicamente tripolare, divisa tra centrodestra, centrosinistra e M5S, di tanto in tanto qualcuno evidenzia che a sinistra è nata una nuova aggregazione politica - “Liberi e Uguali” - ipotizzando la nascita di un quarto polo.
La cosa è invece molto più complessa. La complessità l’ha ben evidenziata il Presidente della Repubblica Mattarella nel discorso di fine anno, quando ha dichiarato "Le elezioni aprono, come sempre, una pagina bianca: a scriverla saranno gli elettori e, successivamente, i partiti e il Parlamento. A loro sono affidate le nostre speranze e le nostre attese". Il nodo della questione è che siamo in presenza della fine della c.d. Seconda Repubblica caratterizzata da sistemi elettorali che di fatto imponevano una diversa applicazione della prassi e della consuetudine costituzionali attribuendo agli elettori la scelta del futuro Presidente del Consiglio nel momento stesso in cui votavano la coalizione. Il ritorno al Parlamentarismo è stato sancito da due atti fondamentali: il referendum del 4 dicembre 2016 che ha bocciato la riforma della Costituzione voluta da Renzi/Boschi/Verdini e la bocciatura parziale, da parte della suprema Corte, della legge elettorale nota come “Italicum”. Il nuovo sistema elettorale, il “Rosatellum”, pur se con molti limiti ha preso atto sia del referendum che della pronuncia della Corte Costituzionale è ha introdotto un sistema in prevalenza proporzionale che ci riporta ai tempi della Prima Repubblica quando ciascun partito faceva la propria campagna elettorale e dopo si vedevano in Parlamento per la formazione del Governo secondo quanto previsto dalla prassi e dalla consuetudine costituzionale. Partendo da questo dato quali potrebbero essere le implicazioni politiche per il dopo elezioni. Intanto la Terza Repubblica pur essendo ritornata al Parlamentarismo non ha partiti organizzati, strutturati, portatori di culture politiche come i partiti della Prima Repubblica. Oggi le organizzazioni politiche che continuiamo a chiamare partiti sono spesso liste espressioni di personalità o di aggregati di interessi forti che le finanziano. Superato il finanziamento pubblico dei partiti, crollate le grandi narrazioni ideologiche del “secolo breve” con il trionfo del Liberalismo tutte le proposte politiche si mantengono all’interno di tale cultura politica. Le contrapposizioni politiche seguono in primo luogo il cleavage tra diversi liberalismi (da una parte il modello anglo- sassone da un altro l’ordoliberalismo e di recente stiamo assistendo al ritorno del pensiero di Keynes seppure rivisto, aggiornato e reinterpretato in alcuni suoi aspetti) ed in secondo luogo il cleavage rispetto al tema quale Unione Europea? Da questi due temi scaturiscono le proposte politiche che iniziano a provenire da partiti, movimenti e liste elettorali. Uno degli argomenti più significativi che indica come il confronto sia tra diversi Liberalismi è il tema del “reddito di cittadinanza” o “reddito di dignità” o ancora “reddito di base”. Tale idea, già avanzata sul finire del XVIII secolo e recuperata successivamente da uno dei teorici del nuovo corso F. Von Hayeck, attraversa trasversalmente tutte le formazioni politiche. Altro esempio di come il confronto avvenga tutto all’interno dell’alveo del Liberalismo è dato dalla questione fiscale e dall’introduzione della cosiddetta flat tax. Il suo maggior sostenitore è Salvini un “diversamente europeista”. Come il tema del basic income, anche quello della flat tax ha bisogno di essere declinato in concreto per le implicazioni che entrambi hanno sul sociale fino al punto da essere in contraddizione tra di loro. La questione “quale U.E.” fornisce la cornice entro cui descrivere le diverse proposte come le due richiamate poc’anzi. Le formazioni politiche che pensano di chiamarsi fuori dell’U.E. sono in termini di consenso elettorale irrilevanti. Lo stesso M5S è “diversamente europeista”. Su questo punto ci sono una serie di questioni rispetto alle quali il Governo Gentiloni ha già fatto la propria scelta vincolando il prossimo governo. Fino ad ora l’U.E. è stata a trazione tedesca, oggi, con la Merkel in crisi, la guida è passata alla Francia di Macron. Nel discorso tenuto alla Sorbona all’indomani della sua elezione ha posto sei punti rispetto ai quali rilanciare il disegno europeo. Ne evidenzio solo due che ritengo particolarmente significativi: una moneta unica forte, una comune difesa. La questione monetaria pasa attraverso il Fiscal compact riconfermato, si aspetta solo la o le direttive comunitarie che ne definiranno l’applicazione; nell’idea della difesa comune rientrano l’intervento militare italiano in Niger in aiuto a quello già in atto franco-tedesco. Dalla “comune difesa militare” scaturiscono le modalità secondo le quali affrontare la questione emigrazione e la stabilizzazione/europeizzazione delle problematiche che riguardano l’Africa. L’Italia, essendo il terzo investitore dopo Cina ed Emirati Arabi, ha tra le altre cose interessi specifici da tutelare. Con il “Rosatellum” ritorna in auge il “ parlamentarismo” e proprio come nella Prima Repubblica anche nella Terza ritorna una tacita clausola ad escludendum che prevede l’emarginazione di quelle forze politiche che si chiamano fuori dalla cornice rappresentata dai Trattati U.E. e della quale il Presidente Mattarella, durante la fase delle consultazioni, dovrà tenere conto. In conclusione c’è da evidenziare che pur in presenza di un sistema ingessato ci sono margini di manovra che riguardano proprio le diverse interpretazioni del Liberalismo. Si può essere Ordoliberalisti e fare politiche sociali e dei redditi redistributive e di giustizia sociale; si può essere neoliberisti secondo il modello americano e può essere il pubblico, cioè lo Stato, a fare politiche di ricerca e sviluppo legate all’innovazione. Si può essere Liberalisti come Beveridge e sostenere il rilancio del Welfare State contro la privatizzazione e la messa sul mercato dei diritti sociali. Si può essere neoliberisti in economia e sostenitori dei diritti civili. Molto dipenderà da come si esprimeranno gli elettori e dalle possibili alleanze che si potranno fare in Parlamento. Un solo obbligo hanno partiti, movimenti e liste politiche smetterla con l’idea che la campagna elettorale sia solo uno spot pubblicitario. Mai come in questo momento abbiamo bisogno di sentir parlare di politica.

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