venerdì 2 marzo 2018

Fascismo e antifascismo: fine della storia.

di Clemente Sparaco. Quella che sta arroventando lo scontro politico potrebbe essere una questione surreale, se non fosse di attualità: ritorna il fascismo? Gli anni che sono trascorsi da quel lontano 29 aprile 1945, quando i corpi di Mussolini, della Petacci e dei gerarchi fascisti furono issati alla pensilina del distributore di carburante all'angolo di piazzale Loreto e lì lasciati pencolanti a testa in giù, sono tanti, davvero tanti. Dovrebbe essere, quindi, una questione di pertinenza degli storici di metodo e professione e invece no: rieccola ricomparire negli slogan di giovani animosi picchiatori o nelle strategie di politici che la brandiscono come una crociata. Il fatto è che - come ha scritto Piero Vassallo nel suo Eclissi del pensiero moderno - "l'esperienza storica ha screditato l'ideologia ma non ha scalfito il potere alienante, che l'illusione ha esercitato su coloro che avrebbero dovuto confutarla e contrastarla". Cosicché oggi, seppure screditata, l'ideologia, comunista, modernista, liberale, illuminista, sopravvive a livello culturale formando una melassa indistinta: il buonismo, che è poi la versione nostrana del politically correct. Il suo collante è una narrazione condivisa, ossia una lettura della storia a partire dall'istituzionalizzazione di una memoria da cui è stata rimossa ogni voce critica o dissonante. Vico l'avrebbe detta "boria delle nazioni", rintracciandovi quella tendenza ad accreditarsi di origini nobili e illustri che è propria degli stati, dei regimi, delle istituzioni. Anche il Fascismo l'aveva avuta, quando aveva costruito intorno alla Marcia su Roma il mito della rivoluzione delle camicie nere e la conseguente pretesa di ricontare gli anni da allora. Aveva imitato in questo la Rivoluzione francese, che pure aveva la sua lettura dei fatti e la sua pretesa di resettare il calendario e la storia. Questa memoria acriticamente fondata e per nulla accertata ha i suoi corifei e difensori. Essi sono ora "i sognatori roventi" e, all'uopo violenti, che hanno "l'ostinazione nostalgica dei rifondatori", ora "la massa dei pensatori deboli e dei conformisti nella patetica curva del tifo buonista organizzato" (P. Vassallo, Eclissi del pensiero moderno). Difendono un'egemonia culturale che governa buona parte dei giornali, delle case editrici, che condiziona emittenti televisive, che indirizza gli insegnanti medi, portando a selezionare le fonti della storiografia. Guai a discostarsi da questa dittatura culturale, psicologica, mediatica, legislativa! Rischi l'ostracismo, il bando sociale. Non ti è dato spazio né visibilità. Sei delegittimato in partenza da quelli che, come ha scritto Franco Cardini, hanno "la coscienza per definizione a posto". Se tenti, poi, vagamente di intercettare il paese reale, sei un populista, nei tempi normali, un fascista, quando il gioco si fa duro e quelle posizioni di vantaggio sono in qualche modo in pericolo. I suoi propalatori sono democratici senza popolo, pacifisti violenti, internazionalisti declassati, post-comunisti in odore di nichilismo. Servono una povertà culturale senza progetto, quella che impronta il nostro presente postmoderno omologato e massificato all'insegna del superficiale e del vacuo. Sono reflussi acidi di un '900 andato a male, con le sue verità relativizzate, i suoi miti derelitti, il suo progresso inviluppatosi, i suoi loghi sbiaditi. Per velare questa vuotaggine vorrebbero semplicemente imbalsamare la storia, come se questo potesse fermare l'inevitabile declinare di quelle narrazioni e la miseria morale e materiale del tempo presente. Ma oggi che le guerre puniche sono finite da un pezzo (e così pure il fascismo e l'antifascismo!) sarebbe semmai il caso di immaginare un futuro possibile a partire da un presente reale. Per far questo però occorrerebbe rovesciare l'ideologia, nella misura in cui questa era nata dalla pretesa di anteporre l'idea alla realtà, l'identità all'alterità, l'immanenza alla trascendenza, l'autoreferenzialità al confronto e all'incontro. Il futuro non sarà certo un film già visto, ma qualcosa che forse nemmeno sospettiamo. Per prepararlo e affrontarlo occorrerà una capacità desueta: il discernimento. Ne occorrerà tanto per intercettare i segni dei tempi, le tracce che ci potranno portare fuori dal vuoto e dalla mancanza di immaginazione del presente.

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