martedì 27 febbraio 2018

Il giornalista e l'elettore.

di mbr. Il giornalista e commentatore da 'talk show' politico ci martella con i suoi dotti commenti ogni volta che in questi giorni abbiamo la pessima idea di accendere la TV, ma quello che non può dire, vivendo di fatto nella cerchia delle élites mediatiche, politiche ed economiche del sistema, è che la realtà politica-relazionale di un partito e di una classe dirigente con il cittadino elettore si dovrebbe misurare in un solo modo: guardando ciò che accade fuori dall'uscio della casa di quel cittadino, osservando gli atteggiamenti di coloro che si definiscono, il più delle volte in modo velleitario e con infondata arroganza, "rappresentati politici" o "eletti" di questo o quel partito in quel (lontano) territorio. I più noti opinionisti seguono fin troppo attentamente il quotidiano dei palazzi del potere, frequentano gli studi televisivi, i salotti, i ristoranti e locali storici della capitale, non sapendo, non volendo o potendo dire pressoché nulla della più estesa dimensione umana ed organizzativa dei soggetti politici di cui parlano. Niente di significativo emerge su come operano le maggiori organizzazioni politiche nelle mille periferie italiane, della loro reale sociologia, della loro sub-cultura, delle loro prassi fuori Roma. Quella cui i suddetti commentatori si riferiscono nei continui estenuanti confronti, con ogni evidenza non è (P)olitica, è semplicemente dissertazione sulla dinamica dei centri di potere e delle fazioni in gioco; la rappresentazione di facciata dei conflitti e delle alleanze per l'acquisizione di posizioni e posizionamenti da parte di élites composite, storiche o pervenute per grazia mediatica, tutte con interessi privati e concorrenti, e tutte con un palcoscenico ed uno spazio mediatico riservato e ben pagato, garantito dall'editore di turno (sa lui il perché). Gruppi che si misurano in un loro specifico sistema e ristretto mercato, trattando sulla specifica allocazione delle risorse pubbliche in applicazioni non esattamente pubbliche, ma sempre e comunque non sulla propria pelle (accuratamente salvaguardata con blitz normativi), bensì su quella di lontanissimi sudditi anonimi, indistinti, paganti e - paradosso - votanti in sufficiente percentuale. Una pseudo-democrazia retorica data per acquisita, in alto ed in basso, e mai realmente prodotta e praticata. In questo ambito decisamente avulso dalla vita reale di svariati milioni di italiani (non tutti, dato che in molti stanno comodi e coperti nelle varie sottospecie clientelari) non c'è maggioranza e opposizione: diversamente un contesto elegante ed imbellettato in cui si vive con agio e si discute senza troppi pensieri di benessere o meglio malessere degli altri, quelli che stanno fuori dal circuito e che di norma pagano a carissimo prezzo questi confronti e, in molti casi solo apparenti, conflitti. Il costo della casta, delle diverse caste sempre più aggregate e connesse nello "sforzo decisionale", è alto, altissimo, ed il risultato per il cittadino/suddito/contribuente/ è nullo: la retorica del regimetto di turno uscito da "leggi truffa" e conseguenti processi elettorali artefatti, nonché sovrabbondante propaganda TV, dice che maggioranza non fa - e non farà - perché impedita dalla "assenza di numeri in parlamento", e minoranza non fa perché minoranza. In ogni caso il complesso studiatissimo di privilegi diretti o indiretti degli "eletti" (con relative constituency) resta garantito, quali che siano le performances parlamentari o governative, o di enti, amministrazioni, aziende varie. Un comodo compromesso (leggi: inciucio) lo si trova sempre in alto o in basso, a destra o a sinistra; del resto non c'è vincolo di mandato e tanto meno di risultato. Allora il cittadino che intenda votare (o non votare) in modo consapevole avrà prima di tutto l'onere di focalizzare quale sia allo stato delle cose la misura della separazione esistente tra la gente per bene, lontana dai suddetti privilegi e coloro che sono finiti nelle principali liste; lucidità e consapevolezza porterebbero facilmente a capire che molti di quei candidati stanno lì non a caso, che la messa in scena della selezione è ben studiata. I più noti: personaggi che oltre ad avere alle spalle il leader (che firma le pluricandidature nei listini bloccati) spesso hanno anche chi paga, interessato, denaro vero quella costosa e dispersiva vetrina, con relative trasferte. Porsi quindi seriamente la domanda essenziale, fare emergere la propria coscienza e magari la volontà di non adesione alla immoralità predatoria e corruzione sistemica delle più note caste, non passa attraverso la scelta di questo o quello tra i candidati delle liste partecipanti concorrenti allo spettacolo della politica e della imminente farsa elettorale, come in questi frangenti l'autorevole commentatore, con aria molto preoccupata, invita a fare; diversamente comprendere quanto da persone normali si è volutamente tenuti all'oscuro di ciò che sarebbe essenziale sapere e distaccati da quel mondo e dal vero, imparziale, pubblico, lecito, legittimo, onesto, governo della propria comunità. Poi decidere. Non ci sono "liste pulite", e non è l'essere "nuovi" o non assoggettati a procedure giudiziarie che rende "pulito" un candidato, nemmeno non essere spinti da parenti e amici altolocati ed essere di estrazione modesta con patente formale di "brava persona". La pulizia di un individuo che si candida al governo di una comunità (piccola o grande) è qualcosa di più, la si dovrebbe riconoscere dal linguaggio esplicito e dalla sua coerente testimonianza, dall'essere stato con fatti concreti vicino alla "sua gente", ma più ancora dal suo essere schivo e servente (qui vorrei citare diffusamente Don Milani ma ometto ...) rispondente, sempre e comunque, costi quel che costi. Trovatene uno, una…

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