lunedì 12 febbraio 2018

L'€uroinganno.

di Piero Tucceri. Su cosa si intenda effettivamente per Unione Europea, è bene non suscitare equivoci. In particolare, perché l'Europa non è unita sotto nessun punto di vista. Anzi, per essere precisi, essa è unita, ma unita veramente, soltanto segnatamente agli interessi espressi dal sempre più perverso ambiente finanziario. Proprio per questo, gli speculatori che stanno affamando milioni di poveracci, hanno adottato l'artificio dell'euro. Lo hanno fatto nell'evidente intento di strangolare l'economia del continente, e in particolare quella della sua Cenerentola che è l'Italia, con il contributo dei suoi ormai palesemente incostituzionali governi. Di quelli afferenti alla cosiddetta destra, come di quelli afferenti alla cosiddetta sinistra: entrambi impegnati nella penosa svendita del patrimonio pubblico nazionale, oltre che della partecipazione in imprese che prima erano statali. Valga in proposito l'emblematico esempio dell'ENI.
In questo desolante corollario si inscrive la partecipazione dell'Italia ai fondi comuni europei: un azzardo costato ai contribuenti ben 50 miliardi di euro. Per poter avere un'idea della spregiudicatezza di tale manovra, è sufficiente ricordare che per poter, come si suol dire, mettere in sicurezza il territorio nazionale dalle sempre più frequenti calamità naturali ed eteroindotte, ne basterebbero 40 di miliardi di euro! Appare così evidente quali siano i reali intenti dei politicanti asserragliatisi in seno alle istituzioni. Proprio costoro, avvalendosi di quell'altro raggiro conosciuto come "legge di stabilità", impediscono agli enti locali la disponibilità dei rispettivi introiti, dal momento che quella grida imponga tagli alla spesa pubblica nel fallace intento di contenere il debito pubblico. Stabilendo così un circolo vizioso, atteso che, contraendo il debito pubblico per ottenere la riduzione della spesa corrente, si addivenga alla contrazione dei consumi e quindi della produzione, con l'inevitabile conseguenza di non far più vendere alle imprese e di far licenziare i loro dipendenti. A questo, bisogna aggiungere il fatto che molte aziende chiudano non competendo con la concorrenza a causa degli esosi costi produttivi, per aver più chiaro il quadro della odierna drammaticità nazionale.
E tutto questo, soltanto per soddisfare le folli pretese dell'Unione Europea, la quale, fra l'altro, impedisce l'applicazione dei dazi doganali, altrove ricadenti sulle merci importate. Ormai l'Unione Europea ha tolto tutto ai cittadini. I quali non sono più padroni in casa propria! Ormai essa decide tutto! Persino quanto latte o quant'altro il singolo Stato debba produrre, pena la somministrazione di pesanti multe. Sarebbe questo il decantato liberismo così caro soprattutto agli odierni levogiri? Quel liberismo che impedisce ai produttori di adeguare le rispettive attività con quanto rilevabile dalle indagini di mercato? 
I politicanti che ci hanno trascinati nella sciagura europea, adducono che l'adozione dell'euro sia valsa per contenere l'inflazione. Ma non è così. La verità è che il debito pubblico abbia cominciato a impennarsi nel 1993, quando, inseguendo il mito della privatizzazione, furono smobilitate le industrie di Stato, e con la trasformazione della Banca d'Italia, la stessa ora propostasi corifea della sciagurata campagna contro l'uso del denaro contante, in una corporazione di istituti di credito e assicurativi. Esso aumentò ulteriormente quando, nel 1997, la lira fu ancorata all'ECU, l'espediente che anticipò l'euro. Per cui è vero che sotto certi aspetti l'euro abbia contenuto l'inflazione, ma è altrettanto vero che esso abbia comportato l'incremento del debito pubblico a causa della depressione economica indotta. La quale, ha portato nel tempo la riduzione progressiva delle persone occupate e la riduzione del prelievo fiscale, nonostante l'impressionante aumento delle tasse. Quanto all'incremento del debito pubblico, esso è dipeso in larga misura dalla mancata razionalizzazione, per chiari fini clientelari, della spesa corrente.
In un così deprimente contesto sociale, politico e culturale, sono soltanto ignoranti e disonesti coloro che minacciano l'uscita dalla trappola dell'euro con la conseguenza di ritrovarsi con una moneta svalutata. Indubbiamente, la nuova moneta subirebbe un processo di svalutazione. Ma esso sarebbe il necessario prezzo da pagare per le leggerezze commesse per poter uscire dell'usura dell'euro, il quale, è bene ricordarlo, venne introdotto con una pesante e intenzionale svalutazione rispetto alla lira. Ne conseguì l'incremento dei prezzi, dal momento che le monete più forti, come il marco, videro ridotto il loro valore a differenza di quelle deboli come la lira che lo videro invece aumentato. Ne derivò l'adeguamento dei nostri prezzi con quelli del nord europa. Così che, mentre la Germania si avvantaggiava nelle sue esportazioni per il minor valore dell'euro rispetto al marco, l'Italia ne era svantaggiata per il notevole aumento subìto dai prezzi di tutte le merci non ancorati con un corrispondente orientamento degli stipendi e dei salari. Sembra che, l'eventuale ritorno alla vecchia lira, ne comporterebbe la svalutazione del 20% circa rispetto all'euro. Questo, però, non avrebbe significative ripercussioni interne, poiché i prezzi dovrebbero adeguarsi con la ridotta capacità di acquisto della lira. In quel caso, le esportazioni sarebbero favorite a causa del minor costo delle merci rispetto all'euro e al dollaro.
Il ritorno alle monete nazionali penalizzerebbe invece proprio la Germania, che dovrebbe confrontarsi con i più bassi prezzi dei prodotti dalle stesse determinati. Come se non bastasse, i fautori dell'euro hanno violato il principio secondo il quale il valore della moneta rispecchi l'economia reale del Paese. In quest'ottica, risulta evidente perché l'Inghilterra non conosca i nostri problemi con la sterlina, e come gli stessi siano estranei ad altri Paesi europei come la Danimarca o la Svezia rifiutatisi di aderire all'euro. Eppure questi Stati appartengono lo stesso all'Unione Europea. Dimostrando come si possa stare anche meglio tenendosi fuori dallo strozzinaggio dell'euro.
A questo punto, si può senz'altro concludere che la parodia italiana abbia conosciuto il suo apice. Non solo i politicanti che ci (mal)governano, ma la stessa Corte Costituzionale è fuori dalla...Costituzione! La stessa, infatti, non fa altro che ribadire la propria ipocrisia sostenendo che questo parlamento possa seguitare a legiferare e quindi ad approvare una nuova legge elettorale. La sua singolare conclusione dipende sicuramente dal fatto che essa stessa sappia di essere delegittimata, per il semplice fatto che 1/3 dei suoi componenti provenga dalla nomina dei parlamentari eletti con il famigerato "pocellum". Il che vuol dire che ben 6 componenti della Corte siano anticostituzionali!
Quale potrebbe essere la soluzione a questa ulteriore porcata? Ma l'autoscioglimento del parlamento! Senza che siano i fittizi presidenti della repubblica a farlo. Naturalmente, con esso sarebbero delegittimati tutti i provvedimenti emanati da tali governi. Questo vorrebbe la logica. Ma ancor più lo vorrebbe il buon senso e quel vetusto, ma imprescindibile assioma per il quale la norma giuridica avrebbe valore "erga omnes", senza esser avvilita da anfotere interpretazioni da parte degli pseudocostituzionalisti di regime. Per poter uscire da questa trappola mortale, è necessario che il popolo si renda direttamente artefice del proprio destino e si tenga lontano dagli usurai della finanza internazionale vilmente spalleggiati da una dozzinale casta politicante. Ma per poter far questo occorre avere la coscienza e la dignità di Popolo. Quel che purtroppo manca agli italiani. I quali sono a quanto pare ancora "un volgo disperso che nome non ha" di manzoniana memoria.

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