giovedì 1 febbraio 2018

Se vado, chi voto?

di Trilussa. A giorni dalla tornata elettorale del 4 marzo tutti i partiti si fanno in quattro per invitare i cittadini ad andare a votare. Con argomentazioni valide e condivisibili dicono che esprimere il proprio voto è un diritto, ma anche un dovere che è stato conquistato con molta fatica, molte lotte e che rappresenta il principio basilare della democrazia. Democrazia dal greco antico (latinizzato) demos che significa popolo e kratos che significa potere. Potere del popolo, un potere che questo esercita tramite suoi rappresentanti liberamente eletti. Mi permetto una piccola digressione su questo argomento per una frase letta su Facebook: "E' facile fare i fascisti in una democrazia, impossibile fare i democratici in uno stato fascista" più o meno diceva così. Tutto bene quindi, per niente. Per quello che si sente dire in giro, parlando con amici e conoscenti, ci si accorge che chi per molti anni aveva trovato un suo partito di riferimento, con cui condivideva ideali ed una visone del mondo abbastanza simile al suo modo di pensare, anche se non perfetto, e a cui non faceva mancare il suo appoggio elettorale, ora si trova in grande imbarazzo. Probabilmente non mancherà di esprimere il suo voto ma il criterio di scelta, una volta abbastanza semplice e collaudato, questa volta sembra un po' inceppato e la sua decisione appare molto più difficile di un tempo. Si può dire che cambiare opinione sia da persone intelligenti, se il cambiamento è il risultato di un ragionamento, ma in mancanza di un qualsiasi ragionamento (cosa piuttosto ardua in questo particolare momento politico) quello che rimane è solo una grande confusione. Se i vecchi elettori sono incerti e indecisi i nuovi sono quasi assenti. I numeri sono impietosi. Nelle ultime elezioni politiche l'astensionismo dei giovani fra i 18 e i 24 anni è stato del 35% (non pochissimo) ma è salito al 65% in caso di elezioni amministrative. Se guardiamo alla più recente consultazione di massa, le primarie del PD, i votanti fra i 18 e i 24 anni sono stati solo il 3% mentre i cosiddetti millennials (quelli di 16 e 17 anni a cui il PD aveva concesso la facoltà di voto) solo un misero 1%. La percentuale di astensione fra i giovani alle prossime votazioni del 4 marzo è stata calcolata del 45% rispetto al 30% della popolazione in generale, un 15% in più. Se poi guardiamo la preferenza di voto il massimo consenso lo riscuote il Movimento 5S, a scendere (di tanto) Liberi e Uguali, Lega, FI e infine il PD con un modesto 10%. Qualcuno ha voluto attribuire questa preferenza all'età del candidato Di Maio più vicina a quella dei giovani elettori ma in effetti Renzi non è molto più anziano e Pietro Grasso ha 73 anni, non proprio un giovinetto, e l'81 enne Berlusconi riesce ancora ad essere amato da schiere di giovanissimi. Qualcuno definisce i nuovi votanti, quelli che si presenteranno al seggio per la prima volta "A votare non ci vado, tanto non cambia nulla" e c'è molta indecisione, come fra gli adulti. Le risposte sono varie.
Karia: meglio scegliere che lamentarsi.
Francesco: ai seggi convinto, ma voglio di più.
William: andrò per il nonno, distrutto dal lager.
Edoardo: false promesse, sto a casa.
Enrico: politica vecchia, non so scegliere.
Nada: in Italia da 12 anni, ma non posso.
Più dei contenuti concreti, delle promesse dei singoli partiti, delle prospettate attenzioni alla loro condizione di giovani in cerca di un futuro certo, quello che può aggregare i giovani è riuscire a suscitare le loro emozioni, il sogno di un reale cambiamento, il sentirsi parte di una comunità di un gruppo capace, con la loro azione, sia pure limitata ad una semplice croce su una scheda, di cambiare le cose. E' questo che manca loro, l'entusiasmo di compiere un atto fondamentale per la democrazia che però, negli anni e per colpa della politica, ha perso gran parte del suo significato e della sua importanza. Hanno maturato l'idea, per mancanza di informazioni, per mancanza di cultura, per leggerezza o ignoranza, per menefreghismo o perché non hanno nessuna intenzione di cambiare le cose (sì, ci sono anche questi, che vivono bene in questa società di diseguali) che votare non serva a nulla. Non possiamo dargli torto. Passata è la stagione della fine degli anni 60 in cui i giovani, appena usciti da periodo storico di ristrettezze economiche, se non di miseria, si ribellavano per l'ideale di un mondo migliore, scendevano in piazza per reclamare diritti e giustizia sociale. Ora è diventato evidente che quel mondo non si è mai realizzato e la vita di tutti non è dominata dagli ideali ma dall'economia, dai grandi gruppi industriali, dalle multinazionali che fanno il comodo loro, dalle finanziarie e dalle banche d'affari. Un'oligarchia malvagia che schiaccia sempre di più gli ultimi e sta arrivando, sia pur lentamente ma inesorabilmente, anche ai penultimi. La politica ne è ritenuta responsabile e per questo tanti giovani la rifiutano considerandola sempre uguale e fondamentalmente inutile. Altri invece, più segnati o più sensibili vanno in piazza, frustrati e pieni di rabbia cercano bersagli facili da identificare contro cui scagliare la loro collera. E lo fanno senza distinzione, si chiamino questi Casapound o Salvini o anche Forze di polizia. Il segno di un grande disagio che dovrebbe far riflettere, e in fretta.

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