martedì 10 aprile 2018

Il fascismo del Terzo millennio si trova nelle piazze virtuali.

di Paolo Cirino Pomicino. Il dramma della inadeguatezza del nostro sistema politico e dei suoi protagonisti è talmente grande da spingere un intellettuale democratico come Sabino Cassese a discutere, anche se criticamente, su di un correttivo della nostra democrazia.
Un correttivo che si chiama epistocrazia, cioè il governo dei dotti, una sorta di democrazia del sapere e della conoscenza di cui parla il professore Jason Brennan. Se questa esigenza di superare la progressiva ignoranza politica che caratterizza da qualche tempo le nostre classi dirigenti si impone nella discussione è segno che il problema comincia ad affacciarsi in maniera prepotente anche perché questa decadenza del sapere politico ha fatto scattare un meccanismo di rifiuto di massa come è avvenuto lo scorso 4 marzo quando metà del paese ha respinto l'offerta politica delle cosiddette forze politiche tradizionali. È tipico dei grandi processi della storia il fatto che spesso le popolazioni sanno esattamente ciò che non vogliono più senza ancora avere consapevolezza di ciò che davvero vogliono. E la storia ci insegna che lungo questo percorso di rifiuto di massa ciò che arriva dopo è spesso molto peggio di ciò che si è rifiutato. Ma questa è la lezione della storia che non può però far sottovalutare il rischio immanente della inadeguatezza politica sul terreno della democrazia e della tenuta sociale ed economica del paese. Nella stagione di internet, poi, il rifiuto, così come qualsiasi altra cosa, si propaga in maniera epidemica (non a caso spesso si parla di "virale" per la diffusione di qualcosa sulla rete) e d'improvviso questa nuova comunità internettiana o di Facebook si trasforma in una piazza. Una piazza virtuale ma sempre una piazza vera nella quale le individualità di ciascuno si diluiscono sino a scomparire in quella "moltitudine senza volto" che nella storia ha sempre prodotto guasti, violenza e morte a cominciare dalla scelta di Barabba al posto di Gesù. La piazza è un elemento democratico quando chiede o protesta per qualcosa ma diventa autoritaria quando assume direttamente o indirettamente il ruolo di governo. Nei paesi autoritari non a caso le piazze osannano i governanti laddove nelle democrazie vere le piazze protestano. Ecco dunque l'altro rischio, quello cioè che la inadeguatezza politica ci porti al dominio della piazza e quindi dei demagoghi. Spiace dirlo ma è quello che è accaduto nelle ultime elezioni politiche nelle quali la piazza ha riassunto in sè il governo del paese tanto che a distanza di quasi due mesi la liturgia della piazza e della rete conserva intatta la propria forza. Detto questo, però, le tesi del professore Jason Brennan della Georgetown University in ordine al correttivo epistocratico della democrazia giustamente criticato dallo stesso Sabino Cassese non è una cosa nuova nella storia dell'umanità e presenta più svantaggi che vantaggi. Il suffragio universale è un elemento ormai non più discutibile nelle democrazie moderne anche perchè oggi giustamente è ancora una aspirazione di larga parte della popolazione mondiale e d'altro canto il governo delle competenze è un errore culturale gravissimo rievocando le camere dei fasci e delle corporazioni. Diceva Guido Carli che il governo dei tecnici o era una illusione o era una eversione rispetto al governo della politica. La competenza di cui oggi l'Italia è affamata è infatti proprio la competenza politica, la capacità, cioè, di avere una visione generale della società in grado di ricomporre interessi e bisogni, limandone le asperità di ciascuno, in un solo progetto nel quale la maggior parte di un paese si possa riconoscere. Questa "competenza" non la si apprende sui libri anche se la cultura ne è una delle precondizioni per la sua acquisizione ma nasce da una passione che può giungere sino al sacrificio della vita e da una esperienza di tipo pubblico ovunque la si faccia. Strumento essenziale nel passato sono stati i partiti, i loro organi e le loro articolazioni collegiali e continuano ad esserlo in larga parte delle democrazie. Ma i partiti per esser tali hanno bisogno di una cultura di riferimento, di una identità e di una vita democratica al proprio interno in cui la libertà di pensiero e la disciplina di partito siano due facce della stessa medaglia. Da 25 anni tutto questo è largamente smarrito con partiti personalizzati nei quali la collegialità è solo il ricordo dei nonni. Tutto ciò porta lentamente a far crescere la malapianta dell'autoritarismo che cambia vestito a secondo delle stagioni ma basterebbe leggere gli statuti delle forze politiche oggi in campo nel nostro paese per capire quanto sia drammaticamente vero ciò che denunciamo. Lasciamo da parte allora Le fantasie "epistocratiche" e i governi delle competenze e cerchiamo invece di rivitalizzare quel sistema di partiti che sono pessimi protagonisti della vita politica ma, parafrasando il vecchio proverbio inglese, nessuno ne ha inventato altri migliori. Per farlo diventa urgente far vivere l'articolo 39 della costituzione sulla disciplina democratica dei partiti ed una offensiva culturale capace di spazzar via la forza di quelle moltitudini senza volto delle piazze virtuali di cui vagheggia Casaleggio ritenendole le nuove frontiere della democrazia mentre altro non sono ahimè che le nuove forme dell'autoritarismo del terzo millennio.

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