martedì 10 luglio 2018

PD, l’immobilità del cambiamento.

di Sergio Fissore. L'assemblea generale del PD di fine giugno è servita soltanto ad apparecchiare la nuova assemblea del 7 luglio. Le sole posate a tavola erano i coltelli, ed anche abbastanza lunghi.
Il nulla di giugno si è trasformato nel nulla arrabbiato di luglio (il caldo? No, non credo) ed il nuovo rimando al congresso straordinario, vista la data di scadenza fissata, prima delle elezioni europee di fine maggio 2019, rischia di avere tempi lunghissimi per la sua attuazione, lasciando il partito in un rischioso ribollire di fermentazioni interne. Ci sarebbe forse voluta una consultazione della base, magari con le primarie, per indicare la linea da seguire accostandosi agli elettori rimasti per conoscere il loro pensiero, ma sappiamo che alcuni dirigenti ritengono gli elettori del PD "immaturi" per una tornata di primarie. Invece no. Meglio lo stillicidio quotidiano di chi proclama la necessaria fine delle correnti contando contestualmente i propri fedeli, chi incita alla pace seminando rancori, chi si appella al futuro rivolto verso il passato. I media gongolano. Mesi di lotte intestine possono valere lettori e click, in un periodo di magra. La destra gongola anch'essa: non ha mai particolarmente gradito l'opposizione, e che questa si autoelimini da sola in una sorta di folle masochismo è quanto probabilmente si auguravano. Come se non bastasse, pochi (o nessuno?) degli attuali dirigenti si chiede quale immagine il PD rifletta sui cittadini in questo momento. Probabilmente non molto lontana da quella del 4 dicembre 2016, quando al termine della consultazione referendaria (che avrebbe fra l'altro risolto molti degli attuali problemi che stiamo attraversando, ad iniziare dalla legge elettorale) una parte della sinistra festeggiava in piazza la sconfitta del PD. Crediamo che l'Italia non si meriti tutto questo. Crediamo che l'Europa non si meriti tutto questo. Tutti, all'interno del PD, chiedono a tutti un passo indietro. Vorremmo chiedere noi, a tutti gli esponenti del partito, un passo avanti deciso verso l'unica soluzione, che superi l'astio creatosi all'interno: fare al più presto possibile il Congresso. Forse la dichiarazione più efficace della scorsa assemblea generale è stata pronunciata da Roberto Giachetti in chiusura del suo intervento: "... aspettare a svolgere un congresso finché non sappiamo con certezza chi lo vince è il contrario di quello che dovrebbe essere il PD". Ci vogliono decisioni forti e rapide per stroncare questa follia autodistruttiva che attanaglia da tempo la sinistra italiana, e questa risposta può darla solo la base, attraverso il Congresso. O le primarie: non siamo mentecatti. Non guasterebbe, nel frattempo, una maggiore responsabilità e trasparenza nella gestione di un partito.

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