martedì 3 luglio 2018

Una riflessione sul nuovo modello neocoloniale tedesco.

di Gerardo Lisco. Ci sono studiosi che riescono a interpretare il contesto meglio di altri, cogliendone i cambiamenti in corso fino al punto di anticiparli.
Uno di questi è l'economista Sergio Cesaratto professore ordinario di Politica monetaria e fiscale dell'Unione Economica e Monetaria Europea presso l'Università di Siena. Il saggio analizza i meccanismi che regolano l'Unione Europea e i rapporti tra gli Stati membri; da quest'analisi si evince che siamo in presenza di una vera e propria doppia morale per cui le regole che l'Italia è chiamata a rispettare non valgono per la Germania. Il saggio di Cesaratto coglie il contesto accettando la sfida che viene dal documento redatto e sottoscritto dagli economisti franco – tedeschi che hanno disegnato la nuova impalcatura dell'U.E. E' un testo che per essere apprezzato fino in fondo va letto in una prospettiva storica. Con questa chiave di lettura si evince che il mancato rispetto delle regole che sottendono a questo modello di U.E., altro non è che lo strumento attraverso il quale la Germania persegue, dall'ascesa al trono dell'imperatore Guglielmo II (1888), la volontà di espansione territoriale ed economica (Weltpolitik). Prova di questa volontà egemonica, che richiama l'ideologia pangermanica, è il paper dei 14 economisti franco – tedeschi chiamati dalla Merkel e da Macron a riscrivere le regole europee. Tra i vari interventi in esso proposti quello che appare come una vera e propria arma totale che mira al controllo dei sistemi economici, sociali e politici degli altri Paesi che aderiscono all'U.E. è la trasformazione dell'ESM in un Fondo Monetario Europeo e l'introduzione del Ministero del Tesoro Europeo. Come scrive lo stesso Cesaratto il fine è quello di giungere, attraverso l'azione congiunta di MTE e FME a prefigurare meccanismi che limitino il potere di veto dei singoli governi e consentire al MTE di "poter interferire nelle leggi di bilancio nazionali al punto di imporre in maniera vincolante ai Paesi che infrangessero i vincoli fiscali un saldo di bilancio di sua scelta e addirittura, nel caso di un Paese che partecipa a un programma di aiuti (MES o FME), decidere l'allocazione stessa delle risorse di bilancio (cioè decidere tutto, quanto e come si spende). Del resto, commenta cinicamente il paper, un Paese che partecipa a un programma di salvataggio 'ha già perduto la sua autonomia di bilancio'.". I meccanismi che delinea Cesaratto ricordano quanto fecero a suo tempo Francia e Regno Unito per estendere il loro protettorato su Tunisia ed Egitto. Scrive E. Lombardo a proposito della Tunisia "Il metodo con cui le potenze straniere acquisirono nuovo potere fu il controllo del debito, ottenendo poteri di supervisione del governo. (…) Di prestito in prestito, la Tunisia finì progressivamente sotto la tutela straniera". Ciò che si verificò per la Tunisia accadde anche per l'Egitto. La stesa Germania è stata vittima del debito pubblico dopo la Grande Guerra. In tempi più recenti è accaduto per la Grecia. Per capirlo è sufficiente leggere il libro di Dimitri Deliolanes. Riporto solo un passo esemplificativo del rapporto perverso che si istaura tra i ceti egemoni nazionali con le potenze neocoloniali, in questo caso la Germania di Merkel e Schauble. Scrive Deliolanes "All'epoca l'emergenza più grave riguardava l'inchiesta della magistratura tedesca, e solo in un secondo momento quella greca, sull'enorme caso della corruzione di esponenti politici greci da parte della multinazionale tedesca Siemens. (…) A dirigere il traffico di tangenti, il CEO della Siemens Hellas M. Christoforakos, prontamente scappato in Germania nel 2007, (…) il padre di Michael, Nikolas Christoforakos, era stato un celebre collaborazionista dei nazisti" . Non è questo l'unico esempio di un esponente della classe dirigente greca funzionale agli interessi della Germania. Mentre il popolo greco veniva ridotto alla fame il denaro ricevuto in prestito finiva in Germania per pagare l'acquisto dei sommergibili prodotti dalla sua industria bellica. Deliolanes scriveva che c'era una speranza, oggi quella speranza è morta nonostante i media di regime sostengano che la Grecia è uscita fuori dalla crisi. La verità è ben altra. Il popolo greco continuerà ad essere strangolato e i prestiti che verranno fatti alla Grecia continueranno ad essere una partita di giro per le banche tedesche. Quanto detto per le classi dirigenti greche serve ad introdurre quanto scrive Cesaratto a proposito delle classi dirigenti italiane e delle scelte che hanno fatto. Con la nascita della Repubblica i governi che si succedettero misero in campo una serie di politiche che riuscirono a ridurre il divario tra nord e sud. A causa dell'arretratezza di parte della borghesia italiana, dello stesso PCI e della DC che "non furono all'altezza di trovare insieme o per proprio conto una via riformista che coniugasse giustizia sociale e mercato" le politiche economiche messe in campo non riuscirono a produrre gli effetti desiderati. "Al pari della Germania, ma partendo da livelli di industrializzazione più modesti, l'Italia ebbe il suo miracolo economico nel periodo 1951 – 1963. (…) La classe dirigente che aveva guidato la ricostruzione e il miracolo si rivelò tuttavia inadeguata e a realizzare questo disegno riformista" Non fu sufficiente nemmeno la cooptazione da parte della DC del PSI a spingere i governi di centrosinistra verso una più incisiva modernizzazione e verso una maggiore giustizia sociale. "La risposta della borghesia divenne ancora più retriva , e cominciò la stagione del sangue con lo stragismo nero appoggiato da settori dello Stato e con la sciagurata lotta armata rozza". Si pensò di cercare la soluzione per coniugare giustizia sociale e mercato fuori dall'Italia. L'ideologia europeista divenne la sovrastruttura culturale e politica per giustificare l'aver delegato ad istituzioni terze il controllo dell'economia e delle politiche di bilancio dello Stato italiano. A fare questa scelta furono Andreatta, Ciampi, Padoa Schioppa, Prodi. A sostenere tale scelta furono in primo luogo la grande stampa nazionale ( Corriere della Sera, la Repubblica, la Stampa, il Sole 24 Ore) attraverso i loro opinion makers alcuni dei quali, come Giavazzi, Alesina, Pagani assurti a veri e propri depositari delle verità del nuovo corso. Il primo passaggio è dato dall'adesione dell'Italia allo SME per poi procedere dopo qualche anno alla separazione della Banca d'Italia dal Ministero del Tesoro con la conseguenza che non avrebbe più potuto sostenere la collocazione dei titoli del debito pubblico italiano a tassi ragionevoli. Ancora non contenti a febbraio del 1992, come ricorda Cesaratto nel suo saggio, Andreotti a capo del suo settimo Governo firmava il Trattato di Maastricht che istituiva l'Unione Europea e la moneta unica che da li a pochi anni sarebbe diventata la moneta ufficiale degli Stati che via via vi avrebbero aderito. La moneta unica, l'Euro, si presenta come una unità monetaria a cambi fissi ed è da qui che scaturiranno una serie di provvedimenti che porteranno alla crisi economica, sociale e politica che stiamo vivendo. L'ideologia europeista sostenuta da un ceto politico e intellettuale genericamente di centrosinistra ha avuto la pretesa di correggere e al contempo educare gli italiani alla disciplina fiscale limitando la sovranità dello Stato Nazionale e chiamando "gli stranieri". Con la costruzione di una Unione Europea che si identifica con il mercato: non solo imprese e lavoratori sono in concorrenza tra di loro ma lo sono altresì gli stessi sistemi regionali. In un mercato dove gli scambi finiscono con l'essere regolati da una moneta che è un cambio fisso, la concorrenza viene fatta incidendo su salari, diritti sociali e riduzione della spesa pubblica. La soluzione dei problemi viene delegata in toto al mercato e alla sua regolamentazione secondo le regole tedesche fissate dall'ideologia "ordoliberista". Cesaratto conclude il suo saggio dicendo che questa U.E. è stato un azzardo dal quale alcuni Paesi hanno tratto beneficio ed altri no. Dice sempre Cesaratto, "Possiamo criticare la classe dirigente tedesca per molte cose, in particolare, di condividere un pensiero economico a dir poco bigotto. Ma non la si può biasimare per il suo 'patriottismo economico'.". Il suggerimento che dà alla classe politica italiana, nello specifico a ciò che resta della Sinistra in Italia, è che di fronte alla volontà egemonica e neocoloniale della Germania venga messa in campo una nuova coesione nazionale, che segni una nuova linea del Piave per fare da argine alle aspirazioni egemoniche tedesche. Concludo con un'ultima citazione da un saggio di Cesaratto: "Se dovessi indicare in sintesi quale Sinistra ritengo necessaria per il paese, la definirei così: una Sinistra che abbia al centro gli interessi del Paese, di questo Paese "che "senza amor nazionale non si dà virtù grande" per citare Leopardi (Zibaldone)".

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