mercoledì 29 agosto 2018

L'amico Pilato e il suo famigerato catino.

di Piero Tucceri. A ben riflettere, ci rendiamo conto di essere tutti simili a quel tale di nome Ponzio Pilato.
Attorno a noi succedono tante cose. Ne succedono troppe. Eppure, ce ne laviamo tranquillamente le mani. Le laviamo nel catino dell'indifferenza e le asciughiamo con il nostro cinismo. Tanto, ci ripetiamo comodamente, io cosa c'entro? Cosa posso farci? Forse è meglio che pensi agli affari miei. E così aggiriamo l'ostacolo. O, almeno, tentiamo di farlo. E lo facciamo con abilità. Proprio per tirarci fuori dall'impiccio. Adottando questo espediente, ci illudiamo di poter isolare il colpevole. Il mostro di turno. Quello che ci assolve dalle nostre responsabilità. Da quelle più piccole, fino a quelle più grandi. Le quali dovrebbero invece servire per mobilitarci: dovrebbero farci scendere in campo per cercare di correggere un modulo sociale, economico e culturale tendente ad abbrutirci e a creare i nostri mostri. Quegli stessi mostri che custodiamo sopiti dentro noi e capaci di fornirci l'alibi virtualmente più solido. Poiché esso ci convince che, trattandosi di una questione di mostri, possiamo stare tranquilli, tanto la colpa ricadrà sempre su loro. Mentre noi possiamo seguitare a rimanere al sicuro dalla realtà. Quando in effetti non è così. Perché il mostro di turno, sia esso il rapinatore o lo stupratore o il bulletto di quartiere o il politico corrotto, tanto per rimanere su qualche esempio, non è altro che la nostra stessa proiezione. Esso si propone come la subdola specularità di una società sempre più affannata alla ricerca della propria assoluzione. Ma le responsabilità rimangono sempre lì. Esse rimangono comunque. Il che non vuole però dire scaricare comodamente le responsabilità sulla società e quindi su qualcosa di anonimo. Perché in fondo, il rapinatore o lo stupratore o il bulletto di quartiere o il politico corrotto, è come noi. E' come tutti noi: egli ha infatti le nostre stesse aspirazioni, vorrebbe stare in festa con gli amici, ha paura del futuro... Solo che preferisce non pensarci. Preferisce vivere banalmente il presente. Dove si colloca allora quel sottile confine capace di consentire a noi di "stare fuori" da certe situazioni e a loro di "finirci dentro"? In quel "dentro", non c'è forse anche qualcosa di nostro? Ecco perché dovremmo rimuovere dal nostro io l'amico Pilato e il suo famoso catino.

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