lunedì 20 agosto 2018

Privatizzare gli utili e socializzare le perdite ha reso uguali destra e sinistra.

di Gerardo Lisco. Il crollo del ponte di Genova è la rappresentazione della fine di un ciclo politico ed economico che ha visto nelle privatizzazioni dei servizi pubblici la leva per la crescita economica.
Con il crollo del ponte crolla il mito dell'ideologia neoliberista che ha nel mercato e nel privato l'essenza. Per anni i media di regime hanno raccontato la favola che il pubblico è inefficiente e costoso e tutto ciò che è privato è invece bello, efficiente ed efficace. Che non sia così non è solo il disastro del ponte Morandi a Genova a provarlo. Che non sia così a provarlo sono, purtroppo, i numerosi disastri ai quali abbiamo assistito in questi anni. Lo scorso anno abbiamo assistito agli incendi scoppiati in più parti d'Italia che hanno bruciato migliaia di ettari di macchia mediterranea. Le ragioni? I tagli alla spesa pubblica per la prevenzione che portarono di fatto allo smantellamento del Corpo Forestale dello Stato. Ancora: le alluvioni, gli smottamenti, i servizi di trasporto pubblico ferroviario che si fermano per pochi centimetri di neve, il degrado complessivo del territorio, il degrado delle aree periferiche delle città a causa dei tagli alla spesa per gli interventi di manutenzione ordinaria; riduzione della spesa pubblica per scuola, università, sanità, amministrazione della giustizia, riduzione dei diritti e delle retribuzioni dei lavoratori, taglio a pensioni e per la sanità sono i prodotti del mantra: privato è bello. Si ma quale privato? Non quello delle piccole e medie imprese. Il privato bello è quello delle multinazionali, degli oligopoli e dei monopoli. E' il privato che realizza profitti in Italia, che condiziona le scelte politiche dei governi, e ha la sede fiscale all'estero per pagare meno tasse. Il privato del quale parlo è quello della politica ridotta a un affare privato che si consuma all'interno di un ceto che si riproduce per cooptazione indifferente alle istanze che vengono dalla Società. La difesa del privato che fanno i media di regime è quello delle oligarchie finanziarie e politiche. E' il privato che svuota lo Stato di funzioni annullando l'interesse pubblico riducendo la gestione dei beni di interesse pubblico al medioevale beneficium per il privato. Cos'è il contratto di affidamento alla Società Autostrade Italiane se non un beneficium. La privatizzazione delle autostrade non è un caso isolato. Il Piano industriale di FS spa e l' indirizzo politico dell'allora Ministro dei Trasporti Del Rio prevedono la quotazione in borsa degli asset più redditizi di Fs Spa, per essere chiari le varie "frecce". L'ex amministratore Mazzoncini si opponeva alla privatizzazione della rete ferroviaria solo perché poco redditizia e non perché ritenesse che gli utili dovessero essere utilizzati in investimenti per migliorare il servizio. In sostanza la logica è la stessa che ha portato alla privatizzazione delle autostrade. Prima si risana, si fanno gli interventi opportuni e quando il bene pubblico deve iniziare a produrre profitti da reinvestire per migliorare la qualità del servizio stesso si quota in borsa la Società e i profitti finiscono ai privati, al capitale speculativo. Della serie privatizzazione degli utili e socializzazione dei costi. La procedura attraverso la quale i costi vengono socializzati è il taglio alla spesa pubblica per il sociale e nel contempo l'aumento delle tariffe per il servizio. Il Governo Renzi/Gentiloni con il D.L. della ex Ministra Madia "Testo unico sui servizi pubblici locali di interesse economico generale" ha messo in campo una grande operazione di privatizzazione dei beni comuni. Privatizzazione che toccano il trasporto pubblico locale, la gestione dell'acqua nonostante un referendum, la raccolta dei rifiuti ed altro ancora. La Legge Madia e il suo Decreto attuativo con il "Jobs act", la c.d. "Buona Scuola" e "lo Sblocca Italia" hanno creato il quadro normativo per trasformare in modo radicale il sistema economico nazionale in senso liberista con gravissimi effetti, in termini di costi, per la società italiana. Questo modello è stato voluto dal capitalismo finanziario e speculativo utilizzando i media per persuadere l'opinione pubblica e creare consenso elettorale per le forze politiche disponibili a perseguire questi obiettivi. Nella stessa riforma del diritto del lavoro dei pubblici dipendenti in senso privatistico è implicita la riduzione dei compiti dell'amministrazione pubblica in funzione dell'interesse privato. Non a caso proprio dalla vicenda che riguarda il disastro del "ponte Morandi" sta emergendo in modo forte la responsabilità politica in merito ai controlli in capo al concessionario perché la struttura che avrebbe dovuto svolgere questa funzione, di fatto, esisterebbe solo sulla carta per mancanza di risorse finanziarie, personale e della necessaria normativa utile per operare. In questi anni, dicevo, sono state condotte politiche economiche miranti a ridurre lo spazio pubblico a favore del mercato e quindi del privato adesso questi sono i risultati. Risultati che fanno il paio con la crescita della diseguaglianza sociale e territoriale e del crescente impoverimento di fasce sempre più ampie di società italiana. Coloro che in questi anni hanno sostenuto che il privato e il mercato sono gli unici strumenti per garantire buona gestione ed efficienza oggi dovrebbero chiedere scusa e tacere. Non tutto può essere delegato al privato e quindi al mercato. Esistono beni che per le loro caratteristiche non possono che essere pubblici. La riflessione va fatta sul modello di sviluppo perseguito nell'ultimo quarto di secolo e in particolare dopo la crisi del 2007-08. Rispetto a quest'ultimo disastro e in generale ai disastri che si sono verificati in questi anni c'è una responsabilità politica, culturale e morale che è in capo sia alle classi politiche e culturali nazionali che hanno supportato il mantra neoliberista ma anche al modello corrente di Unione Europea. Il modello economico dominante, i vincoli di bilancio, l'austerità espansiva, l'idea giacobina che per riformare l'Italia servano le imposizioni straniere, le privatizzazioni, ecc. portano inevitabilmente a questo modello di U.E., un modello molto attento agli interessi della finanza e del capitale e poco o nulla al sociale. Oggi parliamo del ponte di Genova, ieri dell'incidente ferroviario in Puglia, nel caso specifico, come evidenzia Del Monaco in "Sud colonia tedesca" le responsabilità sono delle classi politiche italiane ma anche di questo modello di UE. Le responsabilità politiche nazionali sono nell'aver accettato pedissequamente e in modo acritico questo modello. E' chiaro che parlo di responsabilità politica, di responsabilità culturale, di svuotamento della Democrazia e di delega del Governo, che chiamano Governance, a organismi tecnici ostaggio di lobby e gruppi di pressione. Parlo di responsabilità diverse da quelle penali e civili che saranno accertate dai competenti organi giudiziari nei modi e con i tempi dovuti. C'è anche una responsabilità dei media, in particolare una responsabilità culturale di testate giornalistiche, che hanno contribuito alla creazione di una opinione pubblica favorevole alle privatizzazioni e implicitamente alla finanza speculativa. Il crollo del ponte a Genova è simbolicamente il crollo di tutta una politica economica e di una cultura economica e politica insieme. Quel ponte spezzato è il simbolo del fallimento del liberal - liberismo che ha reso destra e sinistra uguali.

1 commento:

  1. Prima fu centro-destra: bunga-bunga, case e diamanti a loro insaputa. Poi fu il centro-sinistra: col mortazza che ha svenduto la lira per un pugno di euro e col bomba di banca-etruria che ha cancellato l'Art. 18. Adesso tocca a questi giallo-verdi, un semaforo senza il rosso!?

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