sabato 13 ottobre 2018

Def, il problema non è il ‘virgolapercento’, ma come vengono spese risorse inesistenti.

di Redazione. Questo paese - dilaniato dal debito pubblico, saccheggiato da ruberie e malaffare, depresso da una tassazione senza precedenti e impoverito da salari e pensioni ai minimi storici - non è in grado di distribuire risorse inesistenti a chi lavora in nero o non lavora affatto, a chi non ha pensato in tempo utile a costruirsi una pensione, né tantomeno è un paese nelle condizioni di fare sconti alle cartelle esattoriali di chi dichiara la metà, della metà, della metà, di un proprio dipendente o non dichiara affatto alcun reddito al fisco!
La questione che fa gridare al catastrofismo lorsignori - politici poco credibili e convincenti, professoroni, tromboni e tuttologi dei talk - non è quella del debito che sfora il 'virgolapercento', ma i vari provvedimenti del governo che pesano sulle uscite e che non sono compensate da entrate adeguate.
Quindi, per lorsignori l'Italia sarebbe prossima alla fine, dimenticando che da almeno vent'anni i loro governi - di destra, di sinistra, di centro-destra e dei cosiddetti tecnici - hanno alimentato il debito pubblico, salito ai livelli attuali esclusivamente per quanto da loro fatto o non fatto.
La spending review è stata ogni volta annunciata, ma mai realizzata, come neppure la lotta all'evasione fiscale, baipassata dai condoni, come pure il mancato taglio del cuneo fiscale.
Eppure, nonostante i record negativi segnati da un debito pubblico costantemente in ascesa, non c'è mai stato il temuto default! E, lorsignori si sono vantati ripetutamente di aver tenuto i conti in ordine, nonostante il loro 'virgolapercento' di deficit fosse di pari entità rispetto a quello dell'attuale Def. 
Ma adesso - siccome a 'sforare' non sono più loro, ma il governo giallo-verde - gridano alla rovina del paese.
Fandonie, visto che rispetto a quando c'erano lorsignori a Palazzo Chigi non è cambiato nulla. Le uscite seguitano ad essere superiori alle entrate, oggi quanto ieri.
Il problema, come dicevamo, non è lo sforamento del 'virgolapercento', ma i provvedimenti contenuti nel Def che sperperano denari pubblici per assistere i mantenuti, condonare gli evasori e mandare in pensione anticipata chi un lavoro ce l'ha, anziché risparmiare per giungere al pareggio di bilancio e investire quei pochi soldi che abbiamo in ricerca, sviluppo, infrastrutture, lavoro e crescita.
Tutto qui. Semplice. Non c'è bisogno di scomodare un premio Nobel per capire che se abbiamo in tasca mille euro, non possiamo investirne duemila per andare incontro a presunti poveri e incalliti evasori. Sarebbe più produttivo per tutti stanare gli evasori e chi lavora in nero e far capire a chi non lavora affatto di rimboccarsi le maniche, imparare un mestiere e guadagnarsi la pagnotta, perché non c'è trippa per gatti! Tutto il resto è fuffa.

7 commenti:

  1. "Eppure, nonostante i record negativi segnati da un debito pubblico costantemente in ascesa, non c'è mai stato il temuto default!": Come lo chiamiamo i ponti che crollano? Come lo chiamiamo i lunghi tratti di ferrovia a binario unico? Come si chiama l'emergenza sfratti che colpisce milioni di italiani? Certo non è il default in senso classico, ma basta pensare al Sulcis, alla Sicilia, alla terra dei fuochi per capire che non c'è DEFAULT ma c'è disperazione, e fuga dall'Italia di pensionati e ricercatori. Non è default questo, ma è una situazione molto vicina al Default, cara Redazione

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  2. MariaStella11 ottobre, 2018

    Siamo un popolo di furbacchioni capaci soltanto di fregare il prossimo e i politici rappresentano al meglio delle loro possibilità questo popolo che li ha eletti proprio per essere fregati a loro volta. In Italia è tutto un 'frega.frega'!

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  3. Tanto furbacchioni Maria Stella non lo siamo: Alla fine a rimetterci è la maggioranza della gente, se alla maggioranza va bene così OK. Furbizia ed intelligenza però sono situazione DIVERSE

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    1. Maria Stella13 ottobre, 2018

      Cara Rita ha ragione anche tu, ma più che votare, cambiare facce e nomi cosa altro possiamo fare?
      Ti saluto e ti auguro una buona domenica.

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  4. Siamo ancora alle bozze del decreto fiscale che accompagnerà la legge di bilancio vera e propria, e quindi le misure sono tuttora suscettibili di cambiamenti, limature, o magari di modifiche più consistenti. Il lavoro è in corso, e i testi definitivi si vedranno solo all’inizio della prossima settimana, nel Consiglio dei Ministri in programma per lunedì. Va infatti ricordato che il 15 ottobre la manovra deve essere inviata alla Commissione Ue, mentre entro il 20 deve giungere alle Camere.
    Tuttavia, La Verità è già in grado di anticipare segnali assai interessanti sulla pace fiscale, e invece qualche serio motivo di preoccupazione sull’Iva e il relativo gettito, che sembra destinato a rimanere l’eterna mammella a cui lo Stato non smette di attingere.
    Cominciamo dalla pace fiscale e dalle cartelle esistenti, un “magazzino” complessivo di 850 miliardi, con un incremento di circa 50 miliardi l’anno. Ovviamente, ormai, una parte molto rilevante di queste somme è inesigibile, riguardando ad esempio imprese decotte.

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  5. La prima misura del Governo è la cancellazione di tutte le cartelle sotto i 1000 euro (fino al 2010): una misura che potrebbe riguardare il 25% delle cartelle esistenti, investendo ben 10 milioni di contribuenti. E’ perfettamente ragionevole un intervento per spazzare via tutto: allo Stato costerebbe assai di più un’eventuale attività capillare e disperata per recuperare queste somme così ridotte. E attenzione a definirla una misura minima: va infatti tenuto presente che un singolo contribuente potrebbe anche avere più di una cartella a carico. Entreranno in questo calderone non solo i debiti tributari, ma pure multe stradali, tributi locali, bollo auto. Il contribuente non deve fare nulla: saranno gli agenti della riscossione a cancellare (entro fine 2018) tutte le cartelle di questa entità, relative al periodo 2000-2010. Non sono però previste restituzioni delle somme eventualmente già versate.
    Seconda misura: su tutto il resto, è prevista la cancellazione di interessi e sanzioni (che nei casi limite possono arrivare al 150% della somma dovuta), e la possibilità di pagare quel che rimane in rate spalmate su cinque anni.
    Tutto sarà naturalmente incrociato con la rottamazione già esistente: chi ha in corso la vecchia rottamazione, pagherà la rata prevista a novembre, e poi entrerà nella nuova spalmatura quinquennale.
    La terza misura riguarda il processo tributario. Se un contribuente vince un ricorso in primo grado, ma teme (può succedere) di subìre un ribaltamento dell’esito nei gradi successivi, può decidere di chiudere subito la partita pagando il 50%. Obiettivo: deflazione del contenzioso esistente.
    La quarta e ultima misura è ancora allo studio: si tratta della possibilità di una dichiarazione integrativa. In sostanza, chi ha fatto la dichiarazione negli ultimi cinque anni può ora dichiarare un maggiore importo, pagando il 15% in più (più Iva).
    Si tratta di un complesso di misure che appaiono potenzialmente attrattive: sia in termini di semplificazione, sia di deflazione del contenzioso, sia di opportunità complessivamente vantaggiose per il contribuente che voglia rimettersi in regola.
    Appare invece (almeno alla lettura delle bozze provvisorie) assai più preoccupante, oltre che in controtendenza con lo spirito della pace fiscale, la parte del decreto fiscale che riguarda l’Iva, e che sembra purtroppo in totale continuità con le convinzioni e gli obiettivi dei governi di centrosinistra.
    La bozza del decreto-legge, infatti, magnifica la fatturazione elettronica; la reputa lo strumento per contrastare sia l’omessa fatturazione che l’omessa dichiarazione; purtroppo non riduce gli adempimenti a carico delle imprese; ma soprattutto immagina (per questa via) un aumento di gettito enormemente consistente: 336 milioni il primo anno, 1.3 miliardi il secondo, 1.8 il terzo, 1.7 il quarto, 1.6 il quinto.
    Delle due l’una. O la previsione non è realistica, un po’ come i 2.1 miliardi di recupero di gettito ipotizzati dall’Agenzia dell’Entrate nella relazione tecnica ai tempi dell’introduzione del famigerato spesometro, cosa che non è stata più oggetto di conferme o smentite. Oppure, al contrario, la previsione è azzeccata, e allora si rischia una “spremitura” che mal si concilia con le proposte di pace fiscale contenute nella prima parte del decreto fiscale, e anche con una necessaria discontinuità – legislativa e culturale – con i governi di centrosinistra.
    E‘ francamente paradossale che – con una mano – si lavori a un sostanziale condono, su cui ribadiamo un giudizio positivo, e che però – con l’altra – si insista a mungere la mammella dell’Iva. Capiremo tutto lunedì: augurandoci che da qui ad allora, su questa seconda parte, intervengano modiche non marginali.

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  6. Ci siamo abituati a vivere in un'economia del Debito

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