giovedì 4 ottobre 2018

Il Def e lo Stato che ritorna ad essere sovrano. di Gerardo Lisco

di Gerardo Lisco. Il governo M5s-Lega ha approvato il proprio documento di programmazione triennale che dovrà essere vagliato dalla Commissione Europea.
Per la contabilità dello Stato il Def è il documento di indirizzo con il quale il Governo dichiara gli obiettivi che vuole raggiungere nei prossimi tre anni. Si sta parlando di programma e di obiettivi che nel corso della programmazione potranno subire modifiche e aggiustamenti. Essendo un documento di indirizzo politico non possiamo che rimanere alla politica. Dal documento emerge un cambiamento di indirizzo politico ma non di impostazione culturale che resta neoliberale.
Alcuni degli obiettivi che il Governo si è posto, pur se attenti al sociale, non necessariamente sono riconducibili ad una cultura politica di sinistra. Nello specifico mi riferisco al reddito di cittadinanza, all'aumento delle pensioni al minimo, all'aliquota unica del 15% su piccole imprese e partite IVA. E' proprio sul reddito di cittadinanza che andrebbe aperto un confronto serrato da Sinistra sulla necessità di ridefinire una nuova cultura del lavoro rispetto alle innovazioni tecnologiche labor saving, le quali, per la prima volta nella Storia, non solo modificano il lavoro ma lo riducono in termini assoluti senza sostituirlo con altre forme.
L'altra indicazione che viene dal Def è l'introduzione della Flat Tax che rinvia alla supply - side economics e alla curva di Laffer e cioè ad un sostegno all'offerta attraverso l'abbattimento della pressione fiscale sui redditi più alti in modo da stimolare gli investimenti individuali spingendo tutti a lavorare e a produrre di più e nel contempo a ridurre l'evasione fiscale. Evidenze empiriche che confermano tali ipotesi non ce ne sono.
Nelle intenzioni del Governo la ripresa economica dovrebbe venir fuori anche da una politica di sostegno a chi vive in povertà attraverso il riconoscimento di reddito di sostentamento e l'affidamento ai ristrutturandi centri per l'impiego. Questo avrebbe lo scopo di facilitare l'incontro tra l'offerta di lavoro, che dovrebbe venire, oltre che dagli investimenti pubblici, da quelli privati favoriti dall'abbattimento della pressione fiscale e la domanda di forza lavoro assistita, e proprio per questo disponibile ad accettare del lavoro; il reddito di cittadinanza è, infatti, al livello di sopravvivenza e inoltre il rifiuto del lavoro offerto ne comporterebbe la perdita. Mi sembra di poter dire che questo è lo spirito del Documento di aggiornamento, il resto degli interventi programmati fanno da corollario.
Queste indicazioni sono in linea con il documento inviato dal prof. Savona al Presidente della Commissione UE Junker e questo si evince da quanto dichiara lo stesso Ministro Tria quando afferma che in questo modo si allungherebbero i tempi per il rientro nel debito pubblico.
Con questa manovra il Governo propone una sorta di ristrutturazione del debito pubblico e, a garanzia dell'intenzione di voler rispettare i vincoli posti dal Trattato di Maastricht e dal Fiscal Compact, offre delle clausole di salvaguardia, rappresentate da tagli automatici alla spesa nel caso in cui le previsioni di crescita con la conseguente riduzione del debito pubblico venissero mancate. Il prof. Savona ha sostenuto di voler dare a garanzia le entrate fiscali che si traducono comunque in tagli della spesa pubblica. La cosa interessante è che le clausole di salvaguardia non riguarderebbero più aumenti automatici dell'IVA e cioè l'aumento della pressione fiscale che deprimerebbe i consumi.
Il Def contiene altre indicazioni interessanti come ad esempio la volontà di rifare l'analisi costi benefici delle grandi opere. Contiene anche elementi poco chiari come ad esempio il fatto che all'appello mancherebbero 3 miliardi di euro per la copertura finanziaria dei provvedimenti indicati e non è ancora chiaro da dove il Governo voglia attingerli. Per il momento è possibile ragionare solo su indicazioni di carattere generale.
Per capire fino in fondo il senso del Def bisogna aspettare l'esito dello scontro con la Commissione UE, l'approvazione del bilancio e le leggi attuative dei singoli provvedimenti. La nota di aggiornamento al Def segna, dunque, un'inversione di tendenza rispetto alle politiche degli anni passati ed è sulla questione politica che bisogna per il momento soffermarsi e ragionare. L'inversione di tendenza non è data dalla percentuale di deficit ma dal diverso uso che di esso si vuol fare.
E' innegabile che un'attenzione particolare venga riservata alle fasce sociali che in questi anni hanno pagato sulla propria pelle gli effetti di politiche economiche che hanno tutelato posizioni di rendita. Gli ultimi governi, come mostrano i numerosi grafici che girano in rete e sui giornali, hanno speso in deficit e il livello dell'indebitamento fissato con le varie leggi di bilancio si è attestato mediamente al di sopra del 2,4% . La tecnica negoziale che ha usato il Governo Renzi/Gentiloni è stato quello di presentarsi all'Ecofin con delle previsioni inferiori salvo procedere nel corso dell'anno ad aggiustamenti concedendo all'UE garanzie come l'aumento automatico dell'IVA nel caso di mancato rientro del debito.
A meno di non dover pensare che i tecnici dell'Ecofin sono degli stupidi, cosa improbabile, la cosa era nota da subito e spinge a pensare che sia stato sempre una sorta di tacito accordo. Questo anche in virtù del fatto che nessuno dei Paesi UE rispetta in toto i vincoli fissati dal Patto di bilancio. Allora cosa giustifica le dure prese di posizioni del PD in Italia alle quali fanno da contraltare le dichiarazioni di Junker, Dombrovsky, Moscovici e le minacce di tagli ai fondi comunitari destinati al Sud che vengono dal Commissario Cretu? Come ben si capisce la questione è tutta politica e riguarda lo scontro che si sta consumando, all'interno delle singole "famiglie politiche" europee in vista delle prossime elezioni. Se analizziamo attentamente ciò che è successo dal Trattato di Maastricht in poi le varie coalizioni che hanno governato i Paesi UE, indipendentemente dal colore politico, hanno tutte rispettato una serie di principi che avevano nella progressiva cessione di Sovranità l'elemento forte. Il crescente scollamento tra gli elettorati di ciascun Paese e i partiti politici che li hanno fino ad ora rappresentati all'insegna dell'ideologia europeista fa si che la Commissione UE e le forze politiche che la sostengono devono in qualche modo ribadire la propria forza e il proprio potere. Per cui ciò che un tempo era accettabile per assenso tacito adesso diventa inammissibile. La spesa in deficit al 2,4%, di fronte ad elettorati sempre di più critici verso questa UE, non appare più una benevola concessione della Commissione UE ma la riappropriazione della sovranità, in questo caso, dello Stato italiano. La Commissione UE non può far altro che lanciare la propria fatwa. Il Governo italiano e le forze politiche che lo sostengono non potranno fare altro che accettare la sfida.
Il Governo e il Ministro Tria, sotto pressione di Mattarella, proporranno degli aggiustamenti che presumo verranno rifiutati dalla Commissione UE per i motivi che ho esposto. Il Governo italiano proporrà l'approvazione del bilancio e la Commissione Ue avvierà formalmente la procedura d'infrazione. Il vero pericolo non è la procedura d'infrazione ma le reazione dei mercati finanziari e cioè se i mercati riterranno credibile o meno le stime del Governo in merito alla crescita e alla conseguente riduzione del debito. I mercati non sono un'entità metafisica, i mercati sono un'entità politica alla pari delle istituzioni tecnocratiche e degli Stati. Coloro che pensano che i mercati agiscono secondo criteri solo di tipo economico sbagliano. I soggetti che interagiscono nei mercati fanno politica ed oggi assistiamo al ritorno della politica degli Stati, è questo il senso di ciò che viene definito sovranismo. Gli Stati attraverso le classi politiche che se ne contendono il Governo per ritornare ad essere tali hanno bisogno di riaffermare la propria Sovranità. Ritornando alla questione italiana, l'esito dello scontro in atto tra Stato italiano e Commissione UE sarà apprezzabile solo dopo le elezioni Europee.

2 commenti:

  1. Riforme: che fine ha fatto il presidenzialismo, primo punto del programma di governo del centrodestra sul tema delle modifiche costituzionali? Per Fratelli d’Italia non c’è cambiamento senza presidenzialismo. Nessuna riforma istituzionale potrà rendere lo Stato forte e la politica efficiente fino a quando il Capo dello Stato non verrà scelto direttamente dai cittadini. Bene la diminuzione dei parlamentari per tagliare i costi, ma se si vuole rendere moderna la nostra democrazia non si può prescindere da un sistema presidenziale. FdI ha presentato, tra le sue prime proposte, proprio la modifica della Costituzione in questo senso, e siamo pronti a raccogliere le firme in ogni angolo della Nazione in sostegno di questa grande rivoluzione.

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  2. On. Giorgia Meloni ciò che lei propone non risolve nessuna delle criticità che interessa il nostro sistema economica. Per quanto riguarda la modernizzazione del nostro sistema politico, mi permetta, preferisco essere antimodernista. La modernizzazione in nome della stabilità di governo ha ridotto l'azione politica a sola comunicazione e marketing. Con l'abrogazione del finanziamento pubblico la politica si è ridotta ad essere roba da ricchi e ad essere preda delle lobbies. Preferisco avere 630 deputati, 315 senatori e un sistema parlamentare. Mi farebbe piacere che ai parlamentari venisse dimezzata l'indennità.

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