5 febbraio 2019

Viva Calenda, alla ricerca di quel 'minimo comune denominatore'.

di Paolo Cirino Pomicino. Lo sforzo di Carlo Calenda che ha redatto un manifesto per l'Europa che vorremmo va apprezzato ed incoraggiato.
Calenda coglie alcune esigenze politiche smarrite da tempo perché travolte dalla frantumazione dei partiti, prima fra tutte la ricerca di un minimo comune denominatore in grado di riavvolgere, per quanto possibile, quel magma informe in cui ballano protagonisti senza storia e senza futuro ma che sanno pur sempre far male al paese nel tempo presente come vediamo ogni giorno sotto i nostri occhi.
L'Europa con le sue difficoltà e circondata com'è dalla danza di guerra dei nuovi nazionalismi portatori di divisioni e di scontri, è il terreno primo per recuperare quel minimo comune denominatore capace ad un tempo di salvare la grande intuizione politica dei nostri padri e dall'altro di offrire un respiro riformatore da tempo soffocato nelle spire di una quotidianità opprimente.
Calenda non ha fatto un documento politico per fondare un nuovo partito perché nel caso specifico il suo manifesto non sarebbe all'altezza del respiro strategico che un partito dovrebbe avere per mobilitare le masse e ne è talmente consapevole che chiude il suo manifesto prevedendo che gli eventuali eletti si collocheranno nelle diverse forze politiche nel nuovo parlamento di Strasburgo.
Una onestà intellettuale, dunque, che merita rispetto in un mondo di nani dove ciascuno pensa di aver trovato il Santo Gral per guidare un intero paese e, chissà, forse anche un intero continente.
Calenda circoscrive il suo manifesto nel perimetro della Unione Europea e della zona euro sottolineando in maniera esplicita come ciascun paese membro della Unione sarebbe un fuscello al vento una volta che l'Unione si disgregasse e facile preda di influenze nefaste da parte dei tre imperialismi esistenti oggi nel mondo, quello americano, quello russo e quello cinese.
Quest'ultimo in verità ha una strategia più insidiosa perché in questi anni ha arricchito lo Stato, i suoi fondi e le sue multinazionali per comprare dall'occidente eccellenze industriali, nei servizi, nelle infrastrutture e finanche nel calcio europeo.
L'unione europea, invece, per il carico che possiede di tecnologia, di finanza, di manifattura, di ricerca applicata, di un patrimonio plurisecolare di cultura e di civiltà e finanche negli armamenti è nelle condizioni di interloquire da pari a pari con gli altri tre grandi protagonisti della politica internazionale.
Calenda lo rivendica con forza e chiarezza e su questo terreno cerca quel minimo comune denominatore che può rendere coesa e riformatrice la prossima governance europea contro la furia incolta e disgregatrice dei cosiddetti sovranisti che altro non sono quei vecchi nazionalismi sulle cui spalle c'è l'obbrobrio di duemila anni di guerre, di miserie e di sofferenza.
Su questo specifico terreno anche noi vorremmo suggerire qualche integrazione partendo da un dato di fatto e cioè che il punto di crisi della Unione è tutta nel Consiglio dei capi di Stato e di governo.
Il Consiglio, infatti, è il legislatore primario ma da anni nelle sue riunioni preparate dagli sherpa non aleggia più un respiro europeo quanto piuttosto una permanente ricerca di una composizione degli interessi nazionali al punto tale che l'idea della Unione appare più una esigenza burocratica al servizio degli interessi nazionali che non una grande esigenza politica all'interno della quale gli interessi nazionali, che pure esisteranno sempre, potranno trovare una tutela in una complessiva crescita economica, sociale, e tecnologica dell'intero continente.
Forse è giunto il momento di affidare al parlamento il ruolo di legislatore primario che elegge il suo governo (la commissione) lasciando poi al consiglio o di respingere a maggioranza (quella doppia!!) al parlamento il dettato legislativo o ad ogni singolo Stato di richiedere un tempo sufficiente ma non infinito per adeguarsi alle direttive europee.
Da che mondo è mondo un organismo politico democratico vive se avrà alle sue spalle un parlamento vivo e vitale.
Altro suggerimento che non ci è parso di vedere nel documento di Calenda è uno sforzo culturale di comprendere che le grandi disuguaglianze sociali che stanno devastando le società occidentali sono il frutto di una egemonia della finanza che con la sua deregolamentazione e le politiche fiscali e normative che la presiedono toglie valore alla produzione, al lavoro ed al commercio affannando in tal modo l'economia reale e alimentando così ricchezze elitarie e povertà di massa.
Una nuova disciplina dei mercati finanziari è più che mai necessaria piuttosto che litigare su banali strumenti (vedi reddito di cittadinanza) per contenere gli effetti perversi della crescente finanziarizzazione dell'economia internazionale.
Ci limitiamo a questi due suggerimenti ma apprezzando lo sforzo di Calenda e ricordando l'esperienza del più grande partito di massa dell'Italia unitaria, gli consigliamo di organizzare una tre giorni di dibattito costruttivo perché si possa definire quel minimo comune denominatore politico di stampo Europeo capace di offrire una dilagante mobilitazione di massa trasferita poi in periferia da tutti gli uomini e donne di buona volontà in grado di essere ad un tempo libere e forti.

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